Quando una donna diventa leader, nomina più donne nei ruoli di potere?

mercoledì 25/02/2026

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Una delle idee più comuni è che, quando una donna riesce a “rompere il soffitto di cristallo” - cioè a raggiungere una posizione di leadership -, possa contribuire a cambiare il sistema dall’interno. L’idea è che questo possa generare effetti positivi di ricaduta (spillover), favorendo ulteriormente la rappresentanza femminile attraverso tre canali principali:

  1. come modello di riferimento per altre donne, che potrebbero sentirsi più incentivate a intraprendere una carriera politica o aziendale vedendo una leader donna (effetto dal lato dell’offerta);

  2. mostrando il valore aggiunto che una donna al potere può portare, convincendo partiti, aziende e decisori a selezionare più donne per ruoli chiave (effetto dal lato della domanda);

  3. nominando direttamente più donne in posizioni esecutive (effetto diretto).

Nel loro studio Do Female Leaders Choose Women? Evidence from Visible and Hidden AppointmentsEdoardo Frattola e Andrea Cintolesi della Banca d’Italia hanno testato quest’ultimo canale in un contesto dominato dagli uomini, dove solo poche donne sono riuscite a sfondare il soffitto di cristallo: la politica locale italiana. Attualmente, meno del 15% degli 8.000 comuni italiani è guidato da una sindaca. Ma cosa succede alla rappresentanza femminile in questi casi? Le sindache nominano più donne in ruoli esecutivi rispetto ai colleghi uomini? La risposta è sorprendentemente negativa.

Cosa mostrano i dati?

Lo studio ha analizzato tutte le elezioni comunali svoltesi in Italia tra il 1993 e il 2019. Ci siamo concentrati sui casi in cui i due candidati più votati erano un uomo e una donna (circa 7.300 elezioni), e abbiamo confrontato cosa succede quando vince la candidata donna rispetto a quando perde contro l’uomo. Per confrontare comuni il più simili possibile dal punto di vista socio-demografico (popolazione, tasso di occupazione, livelli di istruzione, collocazione geografica), ci siamo limitati ai casi in cui il margine di vittoria era minimo. Questa scelta consente di escludere un ruolo rilevante di variabili omesse e differenze strutturali nelle preferenze degli elettori, che fanno sì per esempio che in determinati contesti per una donna sia molto più difficile essere eletta che in altri.

Sono state considerati due tipi di nomine effettuate dal sindaco:

  • nomine “visibili”, cioè quelle nella giunta comunale (l’organo esecutivo del comune), che vengono fatte subito dopo le elezioni e sono sotto lo scrutinio dell’opinione pubblica;

  • nomine “nascoste”, cioè quelle nei consigli di amministrazione delle società partecipate locali (aziende pubbliche che gestiscono servizi come trasporti o rifiuti), perfezionate con procedure e tempistiche che coinvolgono minore attenzione mediatica.

Il risultato principale è che la percentuale di donne nominate in ruoli visibili scende dal 27% nei comuni guidati da un uomo al 22% in quelli guidati da una donna. In altre parole, eleggere una sindaca invece di un sindaco riduce la presenza femminile nella giunta comunale (misurata come numero di donne sul totale degli assessori) di oltre 5 punti percentuali. Invece, non c’è differenza significativa per quanto riguarda le nomine “nascoste”: in entrambi i casi, la quota di donne nei CDA delle partecipate locali si aggira attorno al 15%.

Perché i sindaci uomini sembrano nominare più donne nei ruoli visibili rispetto alle sindache, mentre non ci sono differenze nelle nomine meno visibili? L’ipotesi dello studio è che i sindaci uomini sentano una maggiore pressione da parte dell’opinione pubblica e quindi si sentano in dovere di dimostrare attenzione all’equilibrio di genere. Le sindache, in quanto donne, subiscono invece un controllo meno severo su questi temi. Due elementi sostengono questa interpretazione:

  1. l’effetto sulle nomine visibili emerge solo dagli anni 2000 in poi, e cresce nel decennio successivo, in concomitanza con un maggiore dibattito pubblico in Italia sui temi di genere e la rappresentanza in politica;

  2. l’effetto si riscontra solo nelle aree più progressiste del Paese (Nord e Centro), dove l’opinione pubblica è più sensibile all’uguaglianza di genere. Nelle aree più tradizionali (il Sud), non si osserva questa dinamica.

Cosa significano questi risultati per i policymakers?

Cosa si può concludere? I risultati suggeriscono che le politiche a favore delle donne nei ruoli di leadership – come le quote di genere – potrebbero avere un effetto inatteso: portare a un numero minore di nomine femminili rispetto a contesti in cui la pressione dell’opinione pubblica avrebbe invece spinto gli uomini a scegliere più donne. Sebbene lo studio sia centrato sulla politica locale, effetti simili potrebbero verificarsi anche in altri contesti, come nelle grandi aziende private, dove clienti e dipendenti potrebbero esercitare un controllo più severo sulle scelte fatte da CEO uomini rispetto a quelle delle donne. Saranno necessarie ulteriori ricerche per approfondire questa possibilità.

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