La maternità penalizza ancora oggi le donne nel mercato del lavoro?

mercoledì 01/10/2025

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La maternità è sempre stata riconosciuta come un fattore chiave nell’influenzare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La letteratura documenta che le donne affrontano ancora significative penalizzazioni legate ai figli, dovute principalmente a un minor numero di ore lavorate e a più alti tassi di uscita dal mercato del lavoro dopo la nascita di un bambino.

Si sa meno, invece, su come le imprese modifichino le proprie strategie di assunzione quando una madre lascia il lavoro, o se emerga una qualche forma di discriminazione nei confronti delle donne in età fertile, in risposta alla loro maggiore probabilità di abbandonare l’occupazione dopo la maternità.

La ricerca della Banca d’Italia Mom’s out: employment  after employment after childbirth and firm -level responses di Francesca Carta, Alessandra Casarico, Marta De Philippis e Salvatore Lattanzio esplora come le imprese reagiscano all’uscita delle donne dal lavoro dopo la maternità e valuta se un aumento della probabilità che una donna lasci l’impresa dopo il parto induca i datori di lavoro a modificare la loro strategia di assunzione e a discriminare statisticamente le donne in età fertile, ad esempio modificando salari o qualità dei posti offerti.

Come variabile che influenza le dimissioni delle madri, la ricerca utilizza una riforma che ha esteso in modo significativo la durata delle indennità di disoccupazione a cui le madri italiane hanno diritto se si dimettono entro 12 mesi dal parto, incentivandole ad avvantaggiarsene e, quindi, a dimettersi volontariamente.

L’analisi rivela che la riforma ha aumentato i tassi di dimissione dalla fine del congedo di maternità obbligatorio (circa tre mesi dopo la nascita) fino al compimento di un anno del bambino, quando la madre perde l’accesso ai sussidi di disoccupazione in caso di dimissioni volontarie.

La riforma, garantendo una forma di reddito per un periodo più lungo, non ha altresì aiutato le nuove madri a trovare un’occupazione migliore, come dimostrano i tassi persistentemente elevati di non occupazione anche tre anni dopo la nascita del figlio. 

Le imprese più interessate dalla riforma reagiscono aumentando le assunzioni nette, in particolare di giovani donne, ma anche incrementando il turnover tra le donne in età fertile, definito come la somma di assunzioni e cessazioni. L’aumento delle assunzioni di giovani donne si concentra nei contratti a termine che spesso non si trasformano in posizioni permanenti, con un conseguente peggioramento della qualità dell’occupazione femminile.

La disposizione che consente alle madri di ricevere l’indennità di disoccupazione in caso di dimissioni volontarie, unita a pacchetti di sussidi più generosi, può inizialmente tutelare il reddito delle madri. Tuttavia, questo approccio produce un effetto controproducente riducendo la qualità delle loro prospettive lavorative, poiché aumenta la probabilità che le imprese assumano donne solo con contratti temporanei. Nel complesso, la politica incide sulla natura delle opportunità lavorative disponibili per le donne in età fertile, che risultano svantaggiate nella ricerca di lavoro a causa della minore probabilità di ottenere posizioni permanenti, con effetti negativi sulle loro traiettorie di carriera e sui salari.

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