Lo studio Work from home, labour market participation and employment di Riccardo Crescenzi, Davide Dottori e Davide Rigo, analizza l'effetto causale della diffusione del lavoro da remoto sui tassi di attività e di occupazione in Italia, sfruttando dati amministrativi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali che copre l'intera popolazione di lavoratori dipendenti da remoto tra il 2019 e il 2022, incrociato con i dati Istat sui mercati locali del lavoro fino al 2023.
Per isolare il nesso causale, gli autori usano come strumento il "potenziale di lavoro da remoto", calcolato sulla base della composizione settoriale pre-pandemica di ciascun mercato locale del lavoro: una misura esogena, non manipolabile nel breve periodo, che sfrutta lo shock imprevisto del Covid-19. Emerge che:
La dimensione di genere è centrale nei risultati dello studio. In particolare, risulta che:
In sintesi, il lavoro da remoto non è solo un beneficio per chi già lavora, ma può avere un ruolo di inclusione lavorativa, soprattutto per le donne in età di cura dei figli nelle aree più svantaggiate del Paese, contribuendo potenzialmente a ridurre i divari di genere e territoriali che caratterizzano il mercato del lavoro italiano.