Nonostante i progressi registrati negli ultimi decenni, le donne continuano a percepire salari inferiori rispetto agli uomini. L’analisi del divario retributivo di genere mostra come le disuguaglianze non emergano esclusivamente in età adulta, ma siano già evidenti durante il percorso scolastico. Le ragazze, infatti, completano in media più anni di istruzione rispetto ai coetanei maschi e ottengono risultati accademici migliori; tuttavia, tendono a orientarsi verso campi di studio differenti, spesso caratterizzati da minori rendimenti economici attesi. In questo modo si generano disparità retributive significative già al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro.
La ricerca The Origins of the Gender Pay Gap: Education and Job Characteristics di Giulia Bovini, Marta De Philippis e Lucia Rizzica, affronta in maniera sistematica il legame tra scelte formative e divari salariali di genere in Italia, concentrandosi sulle coorti di laureati del periodo 2011–2018. Attraverso l’osservazione dei percorsi universitari, dei risultati accademici e degli esiti occupazionali nel periodo 2012–2019, lo studio documenta il ruolo cruciale delle scelte di istruzione nella spiegazione delle disuguaglianze di genere. L’analisi si focalizza sui dipendenti del settore privato, pur includendo verifiche di robustezza anche per lavoratori autonomi e dipendenti pubblici.
I risultati principali possono essere sintetizzati in quattro evidenze empiriche. In primo luogo, il divario retributivo tra uomini e donne è già ampio all’ingresso nel mercato del lavoro: a un anno dalla laurea le donne guadagnano in media il 21% in meno rispetto agli uomini, e tale differenza cresce al 25% dopo cinque anni. In secondo luogo, le differenze nelle scelte universitarie sono marcate: pur rappresentando il 60% dei laureati, le donne risultano fortemente sottorappresentate nei corsi STEM e privilegiano discipline con rendimenti economici mediamente inferiori. In terzo luogo, le differenze nei campi di studio spiegano circa il 60% del divario retributivo osservato: le scelte formative mediano, infatti, l’accesso a tipologie di imprese e occupazioni fortemente eterogenee in termini di produttività, dimensione, localizzazione e qualità contrattuale. Infine, anche all’interno dello stesso percorso di laurea permangono divari significativi: le donne tendono a occupare posizioni meno remunerative, a lavorare in imprese più piccole, spesso più vicine al luogo di origine, con maggiore incidenza di contratti part-time e in settori meno produttivi.
Tali evidenze permetto di formulare rilevanti implicazioni di policy. In primo luogo, i divari salariali di genere sono già presenti al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro; la ben documentata penalità associata alla maternità si innesta dunque su una disuguaglianza preesistente, amplificandone gli effetti. Ne consegue che le politiche di riduzione dei divari salariali di genere non possono limitarsi a favorire una più equa divisione del lavoro domestico e di cura tra i partner, ma devono intervenire anche prima dell’ingresso nel mercato del lavoro, ovvero nel momento in cui si definiscono le scelte di istruzione.
Resta cruciale comprendere i meccanismi che orientano la scelta del campo di studio all’università. La letteratura suggerisce che le preferenze dichiarate non siano interamente innate, bensì fortemente condizionate dal contesto sociale, dagli stereotipi di genere e dalle aspettative legate al ruolo familiare futuro. In tale prospettiva, il disegno di politiche efficaci dovrebbe mirare ad ampliare l’insieme delle opzioni percepite come accessibili dalle studentesse, riducendo i vincoli impliciti derivanti da norme sociali e rappresentazioni stereotipiche. Interventi quali l’esposizione precoce alle discipline STEM e l’interazione con modelli femminili di riferimento hanno mostrato effetti positivi in diversi contesti, ma ulteriore ricerca è necessaria per definire con precisione quali strumenti risultino maggiormente efficaci e in quali condizioni.
In conclusione, i risultati dello studio confermano che le scelte formative rappresentano un determinante fondamentale del divario retributivo di genere. Agire su questa dimensione, prima dell’ingresso nel mercato del lavoro, costituisce una leva cruciale per ridurre le disuguaglianze salariali e promuovere un utilizzo più efficiente ed equo del capitale umano femminile.