Quanto può il tempo pieno a scuola influenzare studenti e famiglie?


Il tempo di istruzione, e più in generale il tempo trascorso a scuola, è considerato una determinante fondamentale del rendimento scolastico degli studenti e del loro sviluppo più ampio. Nella misura in cui del tempo aggiuntivo a scuola riduce l’importanza dei compiti a casa, le giornate scolastiche più lunghe sono viste come un’opportunità per migliorare l’equità educativa, poiché favoriscono l’apprendimento dei bambini provenienti da contesti svantaggiati che dispongono di meno risorse a casa. Tuttavia, poco si sa sull’impatto a medio termine di un maggiore tempo trascorso a scuola durante le fasi iniziali dell’istruzione.
 
Il lavoro di ricerca della Banca d’Italia The Short and Medium-Term Effects of Full-Day Schooling on Learning and Maternal Labor Supply, di Giulia Bovini, Nicolò Cattadori, Marta De Philippis e Paolo Sestito, fornisce una valutazione complessiva degli effetti delle giornate scolastiche più lunghe sul rendimento degli studenti italiani e sull’offerta di lavoro delle madri, sia nel breve sia nel medio periodo.
 
Lo studio utilizza un abbinamento unico tra due basi di dati amministrativi a livello individuale per la coorte che ha iniziato la scuola primaria nel 2014–15. Sono raccolti dati relativi a scuola e tempo scolastico scelto dai genitori, risultati delle prove standardizzate di italiano e matematica, caratteristiche demografiche e di background degli studenti – incluse, tra le altre, le informazioni sull’occupazione dei genitori – dal primo anno della primaria fino al terzo e ultimo anno della scuola secondaria di primo grado.
 
L’iscrizione al tempo pieno dipende da diversi fattori. I genitori si auto-selezionano nella scuola e nel modello orario preferiti. L’attivazione delle classi a tempo pieno richiede infrastrutture adeguate e risorse economiche. Inoltre, poiché la normativa italiana stabilisce limiti minimi e massimi di dimensione delle classi, e ogni classe deve essere interamente a tempo pieno o a tempo normale, le domande possono generare eccessi di richiesta per uno dei due modelli. Quando emergono vincoli dal lato dell’offerta, i dirigenti scolastici devono gestire tali eccessi di domanda.
 
I risultati mostrano che frequentare una classe a tempo pieno nella scuola primaria migliora i punteggi di matematica in seconda e quinta classe e quelli di italiano in seconda. Tuttavia, l’effetto positivo svanisce nel tempo: in terza media, tre anni dopo la fine del programma a tempo pieno, non si riscontrano più differenze di rendimento. Nel contesto italiano, il tempo aggiuntivo non comporta un significativo aumento del tempo di insegnamento, ma sostituisce quasi integralmente i compiti a casa. L’andamento dinamico degli effetti stimati suggerisce che i benefici delle giornate scolastiche più lunghe nella scuola primaria possano essere successivamente controbilanciati da una minore preparazione allo studio autonomo da parte degli studenti a tempo pieno, competenza che diventa sempre più importante nella scuola secondaria di primo grado.
 
L’effetto sulla partecipazione delle madri alla forza lavoro e sull’occupazione è invece positivo e duraturo. Le madri dei bambini che frequentano il tempo pieno alla primaria aumentano la loro partecipazione al mercato del lavoro di circa 2 punti percentuali, sia nel breve che nel medio periodo. L’effetto sull’occupazione delle madri è inizialmente più contenuto e cresce con l’età degli studenti, probabilmente perché serve tempo per trovare un impiego: complessivamente, tre anni dopo la fine
del programma, le madri degli alunni a tempo pieno nella scuola primaria hanno un tasso di occupazione più alto di 2,2 punti percentuali.
 
Questi risultati hanno importanti implicazioni di policy. In primo luogo, nel valutare i benefici delle giornate scolastiche più lunghe, è essenziale considerare congiuntamente gli effetti sui risultati di apprendimento degli studenti e quelli sull’offerta di lavoro delle madri. In secondo luogo, i guadagni derivanti da queste politiche potrebbero non essere omogenei tra le famiglie. Sebbene le stime siano meno precise e le differenze non raggiungano livelli di significatività statistica convenzionali, emergono evidenze indicative che l’effetto positivo a breve termine sul rendimento degli studenti sia maggiore tra quelli di status socio-economico più basso, che hanno meno risorse al di fuori della scuola, e che l’impatto sulla partecipazione al lavoro sia più forte per le madri meno istruite, mediamente meno legate al mercato del lavoro.
Vi è inoltre una certa selezione negativa nei benefici, poiché le famiglie che trarrebbero i maggiori vantaggi dal tempo pieno non sono quelle che lo frequentano con maggiore probabilità, soprattutto perché è minore la propensione a richiederlo. Ciò suggerisce che l’espansione dell’offerta di programmi a tempo pieno nella scuola primaria potrebbe generare effetti positivi maggiori rispetto a quelli stimati nell’analisi, dal momento che studenti e madri attualmente esclusi dal programma sono probabilmente coloro che beneficerebbero di più. Aumentare le informazioni fornite ai genitori durante la procedura di iscrizione potrebbe incidere sulla probabilità che gli studenti più svantaggiati richiedano e frequentino il tempo pieno.