Recensione libro "Venivamo tutte per mare" di Julie Otsuka #mondidelledonne


Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka – Virginia Giglio

Venivamo tutte per mare (“The Buddha in the Attic”) racconta la storia delle “picture brides”, giovani donne giapponesi che all’inizio del Novecento emigrano negli Stati Uniti per sposare uomini conosciuti solo attraverso una fotografia: gli uomini hanno mentito sulla propria età, sul proprio aspetto, sulla propria condizione economica, eppure sono le donne a dover adattarsi, a dover accettare.

Attraverso una voce narrante collettiva in prima persona plurale (“noi”), Julie Otsuka ricostruisce l’esperienza condivisa di queste donne, segnata da aspettative deluse, lavoro duro, discriminazioni e perdita di identità. non hanno nomi propri stabili, non c’è una voce individuale che si stacchi dal gruppo: sono intercambiabili agli occhi dei mariti che le hanno scelte da una fotografia, dei datori di lavoro che le sfruttano nei campi, della società americana che le percepisce come massa indistinta.

Le protagoniste sono spesso trattate come oggetti di scambio: i matrimoni sono organizzati senza una reale possibilità di scelta e il loro valore è legato soprattutto ai ruoli di mogli, lavoratrici e madri. Il loro corpo è sia strumento di lavoro sia di riproduzione, sottoposto a sfruttamento e controllo.

Tuttavia, queste donne non sono solo vittime. Esse sviluppano anche forme di resistenza quotidiana: la solidarietà tra donne, la capacità di adattamento, i desideri personali e la ricerca di spazi di autonomia all’interno di condizioni estremamente difficili.

Un altro tema centrale è la maternità. Le madri desiderano per i figli, e soprattutto per le figlie, una vita diversa dalla propria; per questo ne incoraggiano l’integrazione nella società americana che conoscono anche dall’interno grazie al lavoro domestico che prestano presso le famiglie. Questa scelta genera però una dolorosa frattura generazionale e culturale, perché l’assimilazione comporta spesso un allontanamento dalle radici familiari e dalla comunità femminile di origine che aveva permesso alle madri di sopravvivere.

Genere, migrazione e discriminazione razziale interagiscono nel romanzo come nelle società. Le donne subiscono una doppia marginalizzazione: in quanto immigrate giapponesi e in quanto donne. Questa esclusione culmina con l’internamento dei giapponesi-americani durante la Seconda guerra mondiale, che cancella ulteriormente la loro presenza e la loro identità, fatto vissuto con noncuranza dai vicini di casa, che vedono sparire le famiglie giapponesi deportate, per poi dimenticarle in fretta, andando a vivere nelle loro case abbandonate, in un inconsapevole percorso parallelo alle contemporanee deportazioni in Europa.

Questo romanzo restituisce visibilità ad una storia poco conosciuta, specie in Europa, eppure a noi non estranea perché anche noi, nel nostro passato di emigrazione, abbiamo avuto le picture brides che andavano spose per corrispondenza, ad esempio dalla Calabria fino in Australia. Sappiamo poi poco della storia - questa volta contemporanea - delle donne immigrate in Italia che ci arriva in modo frammentario e talvolta, in modo drammatico, dalla cronaca. Un libro breve, ma intenso.