Recensione del libro
“Radici bionde” di Bernardine Evaristo
a cura di Ilaria Petrarca
Il quarto romanzo di Bernardine Evaristo è un’opera provocatoria, un vero manifesto per l’autodeterminazione. Pubblicato dieci anni prima del celebre “Ragazza, donna, altro” col quale la stessa autrice ha vinto il Booker Prize nel 2019, “Radici bionde” ribalta la storia della tratta atlantica degli schiavi e mette in luce l’assurdità del razzismo. L’inversione dei ruoli storici inquadra l’opera in un’ucronia, uno di quei sottogeneri del romanzo fantastico che tanto spaventano i lettori adulti –i quali poi se ne innamorano perdutamente.
Doris Scagglethorpe è la protagonista e la narratrice in prima persona. È una donna la cui parabola rappresenta il dramma universale dello sradicamento e la lotta incrollabile per la libertà. Doris nasce in Europia (che sulle nostre mappe sarebbe l’Europa britannica), e cresce in una famiglia contadina unita e amorevole. Vive in un mondo in cui i nehri dell’impero di Grande Ambossa colonizzano il mondo e riducono in schiavitù i bianki di Europia. Doris bambina viene rapita dai mercanti di schiavi nehri e viene costretta a una lunga traversata oceanica nel corso della quale le viene annullata l’identità.
Nelle isole del Giappone Occidentale, che sono considerate i Caraibi di questo mondo alternativo, Doris viene venduta come schiava domestica e poi diventa una concubina forzata. Assimila la cultura del padrone Bwassa e sviluppa una complessa psicologia da sopravvissuta: è divisa tra il desiderio di ribellione e la necessità di compiacere il padrone. Emblematico è il gesto di scurirsi i capelli per nascondere il biondo caratteristico dei suoi tratti somatici d’origine (da qui il titolo del libro). Tuttavia, quando Doris perde i propri figli, venduti ad altri padroni come merci, realizza che la sottomissione non le garantirà mai la dignità umana. Questa tragedia trasforma la sua rassegnazione in rabbia e lei decide di unirsi alla Ferrovia Sotterranea, un’organizzazione clandestina che aiuta i bianki a scappare. La fuga di Doris verso la salvezza è prima di tutto un percorso di riconquista dell’umanità e delle proprie radici.
La narrazione applica un ribaltamento storico illuminante: costringe i lettori a immedesimarsi nelle vittime dello schiavismo, rendendo l’orrore del passato storico un’esperienza diretta e disturbante. Attraverso gli occhi di Doris il lettore sperimenta la costante paura della cattura, la solidarietà tra gli oppressi e il rifiuto di accettare l’inferiorità biologica che la società dominante le impone. “Potevo vedere come gli Ambossani avessero indurito i loro cuori di fronte alla nostra umanità. Si sono convinti che noi non proviamo ciò che provano loro, così da non dover provare nulla per noi. È molto comodo e redditizio per loro”.
L’idea che la schiavitù sia legata a una debolezza intrinseca di una specifica razza viene intenzionalmente scardinata dall’autrice. Bernardine Evaristo, nata in una famiglia interrazziale a Londra – madre inglese bianca e padre nigeriano nero – vuole dimostrare che chiunque, se privato del potere politico e militare, può essere ridotto in schiavitù. L’astrazione dell’ucronia, che stacca la storia dalla nostra contemporaneità, rafforza questo messaggio e ci mette in guardia: può accadere anche oggi, perché il vero motore della tratta degli schiavi sono l’avidità umana e il sistema capitalistico, non il colore della pelle. Difatti, nel romanzo, scambiare i ruoli tra neri e bianchi dà il medesimo risultato di quello che studiamo sui nostri libri di storia.
Per esempio, nel secondo libro del romanzo, in modo ironico e molto crudo, il padrone Bwassa difende lo schiavismo citando le teorie pseudoscientifiche dell’Ottocento (come la frenologia e il razzismo scientifico), utilizzate dagli europei in passato per giustificare la sottomissione dei neri misurando i crani e sostenendo che le razze non bianche fossero biologicamente inferiori e incapaci di provare emozioni complesse. La stessa Evaristo ha dichiarato di aver costruito le scene di vita quotidiana, i regolamenti delle piantagioni e le punizioni basandosi sui registri e diari reali dei proprietari di schiavi del ‘700 secolo custoditi negli archivi della University of London. I trattamenti disumani, i turni di lavoro e le torture descritte nel romanzo sono storicamente accurati, ciò che fa l’autrice è applicarli ai bianchi e non ai neri. Inoltre, la fuga verso le comunità di schiavi ribelli nelle foreste riecheggia il fenomeno storico dei Maroons (i “cimarroni” nel libro), una comunità di schiavi fuggiti che si stabilivano nell’entroterra delle isole caraibiche come la Giamaica, o in Sudamerica.
La fuga disperata di una schiava attraverso una ferrovia clandestina accomuna “Radici bionde” a “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead. Il ribaltamento totale dei rapporti di forza e del potere ricorda la distopia di Naomi Alderman contro la società patriarcale, “Ragazze elettriche”, mostrando come l’oppressione possa replicarsi indipendentemente da chi comanda. Infine, “Radici bionde” esplora la perdita totale dell’identità umana e la riduzione del corpo femminile a merce come il più celebre “Il racconto dell’Ancella” di M. Atwood.
Questo romanzo, in conclusione, è un esperimento letterario potente e una speculazione sociopolitica senza tempo. Sebbene lo stile della scrittura sia a tratti più leggero rispetto ad altre opere della stessa autrice, l’impatto emotivo e la sua originalità lo rendono una lettura fondamentale per scardinare i retaggi del colonialismo. D’altra parte, come scrive l’autrice, “L’unico dovere che abbiamo nei confronti della storia è riscriverla”.