Recensione del libro
“E dal cielo caddero tre mele” di Narine Abgarjan
a cura di Ilaria Petrarca
Le fiabe tradizionali armene si concludono quasi sempre con la suggestiva formula: “e dal cielo caddero tre mele”. Questa chiusura sostituisce il nostro “e vissero felici e contenti” e prevede l’assegnazione simbolica dei tre frutti: una va a chi ha visto, una a chi ha raccontato, una a chi ha ascoltato. Questa frase è la perfetta sintesi del romanzo, che mescola Storia armena e incanto letterario. Attenzione, però: la Storia non entra nel romanzo con riferimenti precisi a eventi cronologicamente e geograficamente localizzabili, come ne “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan che racconta il dramma del genocidio armeno di primo Novecento. Narine Abgarjan ci parla dell’Armenia – la Storia, le tradizioni, il popolo, il futuro – attraverso una donna.
“E dal cielo caddero tre mele” racconta la storia di Anatolija, una cinquantottenne che vive nel minuscolo e isolato villaggio montano di Maran. All’inizio del romanzo Anatolija vive isolata, rassegnata a morire sola nel suo letto. La donna ha alle spalle un matrimonio segnato da quasi vent’anni di abusi da parte del primo marito e la perdita di tutta la famiglia a causa di guerre e catastrofi naturali. Anatolija è isolata anche perché è l’unica nel villaggio che sa leggere, e per questo è la custode della biblioteca: i libri rappresentano un legame profondo con la conoscenza, sono una via di fuga dall’inferno coniugale e un’ancora di salvezza personale. Inoltre, la donna possiede una sensibilità spirituale che la connette alle anime dei defunti di Maran.
La trama si sviluppo lungo il percorso di rinascita di Anatolija. Così come il suo nome significa letteralmente “alba” e simboleggia un nuovo inizio, nella sua vita giungono novità che la rigenerano: un’inaspettata proposta di matrimonio e una altrettanto inattesa gravidanza che pone definitivamente fine alla solitudine alla quale sembrava destinata. L’evento “miracoloso” unisce gli ultimi anziani rimasti a Maran, che si stringono attorno ad Anatolija e a suo marito come una grande famiglia. La custode della biblioteca cessa di essere una donna invisibile in attesa della morte e diventa così il fulcro emotivo del villaggio. Il neonato che nasce rappresenta il futuro e la sopravvivenza della comunità stessa, e sembra guarire le ferite collettive del passato. Il finale del romanzo è un potente messaggio di rinascita nazionale.
Il testo è fortemente radicato nella storia dell’Armenia. Le guerre e le catastrofi naturali patite dal suo popolo sono purtroppo ben note e rappresentano l’ordito del romanzo di Narine Abgarjan. La capacità degli armeni di sopportare le avversità e salvarsi dalla disperazione grazie a una dignità coriacea, una solidarietà comunitaria e una tagliente ironia, caratterizza tutti i personaggi del romanzo. Tuttavia, l’atmosfera della narrazione è sospesa in una trama di realismo magico in cui eventi straordinari sono presentati come normali, i sogni premonitori guidano le scelte dei personaggi, i fantasmi dei defunti accompagnano i vivi, gli elementi naturali hanno un’anima, il passato e il presente si confondono in un tempo unico e indeterminato. La realtà e la fiaba, due elementi apparentemente contrastanti, convivono in questo romanzo con armonia e naturalezza.
Non è un caso isolato nella letteratura, soprattutto quando si parla di donne. La scrittrice inglese Angela Carter negli anni Settanta ha riscritto le fiabe tradizionali tedesche in chiave femminista. Il suo scopo era scardinare il patriarcato distruggendone le basi culturali. Narine Abgarjan in quest’opera fa l’esatto contrario: usa la fiaba non per distruggere, ma per curare e preservare. L’impianto fiabesco serve a esorcizzare i traumi reali della storia armena, agisce come uno scudo protettivo, un modo per dare dignità e speranza a una comunità che la Storia ha cercato di cancellare. Nonostante la cornice fiabesca, il passato di Anatolija denuncia il lato oscuro del patriarcato, condanna la sottomissione della donna nelle famiglie tradizionali e supera la credenza secondo cui una donna è completa soltanto se diventa madre in giovane età. Anatolija, giudicata sterile, dà alla luce un bambino a quasi sessant’anni! In comune con la Carter si ritrova una visione della “donna libera” che è slegata dalle logiche di sopraffazione patriarcale. Sono emblematiche le figure delle donne anziane di Maran, il vero fulcro attorno al quale ruota la comunità. Attraverso la loro rete di solidarietà, la condivisione di gioie e dolori e la sorellanza silenziosa che le lega, custodiscono i segreti del villaggio, curano i malati e a garantiscono la sopravvivenza biologica e culturale del popolo. Esse sono le custodi della Storia e sono coloro che assicurano resilienza e continuità nel tempo. La liberazione in questo romanzo non assume la forma di una rivoluzione, ma della sopravvivenza intergenerazionale.
“E dal cielo caddero tre mele”, in conclusione, è un’opera che ci ricorda che non è mai troppo tardi per rinascere, riprendere il controllo della propria vita e riscrivere il proprio destino, indipendentemente dall’età e dai traumi del passato.