Dove nessuno ti troverà di Alicia Giménez‑Bartlett #mondidelledonne


Recensione – Dove nessuno ti troverà di Alicia GiménezBartlett

Ci sono libri che non cercano di rassicurare il lettore, ma di accompagnarlo in una zona di confine in cui le etichette smettono di funzionare. “Dove nessuno ti troverà” appartiene a questa categoria rara. Alicia GiménezBartlett, autrice che ha fatto della critica ai meccanismi del potere e dell’attenzione alla condizione femminile una cifra costante della sua opera, ci chiede infatti di guardare ad un enigma storico ed umano: la vicenda di Teresa Pla Meseguer, “La Pastora”, figura liminale, assieme bandita e mito, cresciuta ai margini di una Spagna che non sapeva nominare la differenza.

La Pastora è un personaggio realmente esistito che cresce negli anni Venti nella Catalogna rurale, in un ambiente segnato da povertà estrema, lutti e lavoro durissimo. Alla nascita presenta una malformazione genitale che rende ne incerta l’attribuzione sessuale; la madre la registra come femmina per proteggerla, ma con la crescita emerge sempre più chiaramente un’identità maschile. Questa ambiguità, in un contesto sociale rigidissimo, segna in modo irreversibile la sua vita.

Infanzia e adolescenza sono attraversate da violenze continue, sia in famiglia, dove le sorelle la picchiano, che all’esterno, dove è derisa e aggredita dai compaesani. Dotata di un fisico robusto, Teresa cerca di difendersi, ma progressivamente si isola, trovando nei boschi e sulle montagne, dove lavora come pastora, l’unico spazio possibile di sopravvivenza.

La sua giovinezza coincide con gli anni della guerra civile spagnola e del successivo dopoguerra, un periodo segnato da repressione, violenza e paura. In Catalogna e in Aragona operano i gruppi del maquis - il movimento partigiano che tenta, senza successo, di opporsi al regime franchista. La Pastora vive e si muove negli stessi territori impervi dei partigiani, e proprio questa coincidenza la porta a entrare nelle loro file. È in questo contesto che avviene il suo passaggio definitivo di identità: Teresa diventa Florencio, nome con cui riesce finalmente a essere riconosciuta come uomo.

La potenza di questo libro sta innanzitutto nella sua doppia struttura. Da un lato, troviamo infatti la voce in prima persona della Pastora che ricostruisce una vita segnata – sin dall’infanzia – dalla violenza di un ambiente poverissimo e rigidamente normativo. Dall’altro lato, si innesta una finzione narrativa, ossia la ricerca da parte di un giornalista spagnolo e di uno psichiatra francese che negli anni Cinquanta, per ragioni diverse, decidono di rintracciarla per comprenderla, analizzarla, incasellarla. L’alternanza tra queste due linee narrative genera un contrappunto denso: l’intimità di una voce che tenta di darsi un senso e la prosa vigilata di chi pretende di “spiegare”, scientificamente o giornalisticamente, ciò che sfugge.

È impossibile non sentire, pagina dopo pagina, la pressione di un mondo che schiaccia chi non corrisponde al modello. GiménezBartlett, forte della sua sensibilità per le figure marginali e non conformi, non trasforma la Pastora in un mostro, ma nemmeno in un’eroina romantica. La sottrae invece al sensazionalismo che la cronaca e la tradizione orale le hanno cucito addosso, restituendole una densità umana che comprende contraddizioni, colpe, necessità, affetti. La Pastora che incontriamo è una creatura che impara a vivere nel bosco perché la pianura sociale non offre appigli, un essere che trova nel nome maschile di Florencio una forma di riconoscimento possibile, ma anche una condanna. È un’identità che si costruisce in fuga, letterale e simbolica, mentre la Spagna del dopoguerra, ferita e controllata, si chiude come un pugno.

In questo senso, il romanzo è profondamente politico. Non perché prenda posizione su colpe e assoluzioni, ma perché ci costringe a guardare come una società fabbrica i suoi “mostri” quando non possiede le parole per dire la complessità. L’autrice non promette una verità definitiva e rifiuta il conforto di una soluzione: non c’è un colpevole da smascherare, non c’è una giustizia narrativa che ristabilisca l’ordine. C’è piuttosto il lavorio ostinato della memoria, il tentativo di proporre un’altra versione dei fatti, in cui le azioni, anche le più dure, non sono mai separate dal contesto che le ha generate. 

Come lettrice, mi sono sorpresa a modulare il respiro con quello della Pastora. La sua voce, scabra e insieme capace di improvvise, accorate accensioni, non cerca complicità, non chiede di essere amata, non implora assoluzioni. Chiede soltanto di essere ascoltata. Nella sua linearità asciutta ho sentito il peso delle pietre, l’odore acre degli ovili, il gelo delle notti in altura. Ho sentito, soprattutto, la fatica di chi deve difendere ogni giorno la propria esistenza dal ridicolo, dalla violenza, dall’ignoranza. 

La Pastora vive in una Spagna povera e repressiva, dove non esistono linguaggi o spazi per comprendere la sua diversità. Non può raccontarsi, è sempre definita dagli altri: medici, giornalisti, contadini, autorità. La sua identità non è una conquista, ma una ferita.

Il finale, coerente con tutto il percorso, non offre catarsi. La Pastora resta imprendibile, non solo perché sa perdersi nei boschi, ma perché scivola via dalle nostre categorie, sfugge ai nostri schemi mentali. È vittima e carnefice, uomo e donna, mostro e creatura fragile, leggenda e essere umano. E il fallimento dei due uomini che cercano di “spiegarla” ci dice qualcosa di molto preciso: non tutto può essere compreso, classificato, archiviato senza perdere umanità.

Nel corso della lettura si accorge che Alicia GiménezBartlett non ha mai davvero voluto raccontare la storia di una bandita, ma piuttosto cosa accade quando una società non sa dove collocare una persona, quando non possiede le parole, le categorie o il coraggio per accoglierla.

Forse il senso più profondo del romanzo sta proprio nel chiederci perché abbiamo bisogno di capire questo personaggio a tutti i costi, cosa dice di noi il modo in cui costruiamo i nostri “diversi”. 

E allora, forse, la domanda con cui chiudere non è “chi era La Pastora?”, ma: quante persone, ancora oggi, sono costrette a vivere dove nessuno le vuole trovare?

 

Laura Ciranna